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EFFETTO VENEZIA 2010

Vi aspettiamo con la nostra bancarella ad Effetto Venezia

“da venerdì 30 luglio a domenica 8 agosto”

Effetto Venezia è la tradizionale e più importante festa d’estate che ogni anno si svolge nell’antico quartiere della città nei primi giorni di Agosto. Numerose sono le iniziative che animano i canali, le piazzette e i ponti di questo suggestivo angolo livornese che, proprio per queste sue caratteristiche, venne chiamato “La Nuova Venezia”: dalla musica al teatro, dalle iniziative espositive a quelle enogastronomiche, dai mercatini dell’artigianato e del modernariato alle suggestive escursioni in battello nei “Fossi Medicei”.
Ci si potrà tuffare nella festa e lasciarsi sedurre dalle mille attrattive  che la Venezia ci offre  in queste notti un po’ speciali.

La politica dei respingimenti collettivi, praticata dal governo italiano contro tutte le Convenzioni internazionali ha sigillato nei centri di detenzione libici migliaia di persone che avrebbero diritto di entrare in Europa e di ottenere asilo.

Dopo la celebrazione dei “successi storici” conseguiti da Frattini e da Maroni nella “guerra all’immigrazione illegale”, con la chiusura quasi completa della rotta dalla Libia a Lampedusa, ancora una volta la tragica realtà dei fatti inchioda alle loro responsabilità quanti hanno anteposto ragioni di natura economica e vantaggi elettorali al rispetto dei diritti umani e della stessa vita dei migranti.

A Misurata, in uno dei pochi centri di detenzione nei quali fino allo scorso mese aveva accesso l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, nella giornata di lunedì scorso si sono avviate le pratiche per la deportazione in Eritrea di centinaia di richiedenti asilo, compresi donne e minori, ai quali è stato richiesto di collaborare per le pratiche di identificazione affidate ad un rappresentante del governo dal quale erano fuggiti. Al loro rifiuto è seguita una repressione violentissima da parte delle forze di polizia, con decine di feriti gravi e con la dispersione del gruppo di eritrei in altri centri di detenzione segreti che la Libia ha aperto grazie al sostegno politico e finanziario italiano. Al momento non si sa più nulla delle persone che erano rinchiuse a Misurata, alcuni potrebbero essere stati trasferiti in altri centri di detenzione come quello di Sebha, uno dei più terribili, di certo tutti hanno subito e stanno ancora subendo gravissimi abusi, indegni per qualsiasi paese che voglia definirsi civile e rischiano di essere dispersi nei tanti lager nel deserto ai confini meridionali della Libia.

Ancora poche settimane fa Amnesty International documentava le diffuse violazioni dei più elementari diritti umani che la Libia infligge ai migranti, e il Parlamento Europeo lo scorso 17 giugno protestava per le esecuzioni capitali che la giustizia libica aveva sancito dopo processi farsa , in alcuni dei quali erano coinvolti anche degli immigrati come cofermato dal quotidiano Cerene , notoriamente vicino à Saif al-Islam Kadhafi, figlio di Gheddafi. Questo giornale ha riferito “ que 18 personnes, parmi lesquelles des ressortissants du Tchad, d’Égypte et du Nigeria, avaient été exécutées à Benghazi le 30 mai, après avoir été condamnées pour meurtre avec préméditation; que leurs identités n’ont pas été divulguées par les autorités libyennes”.

Nella sua risoluzione il Parlamento europeo esprimeva forte preoccupazione per la sorte dei migranti bloccati in Libia, ricordando il divieto di trattamenti inumani o degradanti, oltre che della tortura e della pena di morte, affermando precisamente“que l’article 19, paragraphe 2, de la Charte des droits fondamentaux de l’Union européenne interdit tout éloignement, expulsion ou extradition vers un État où il existe un risque sérieux que la personne concernée soit soumise à la peine de mort, à la torture ou à d’autres peines ou traitements inhumains ou dégradants”, mentre le trattative tra l’Unione Europea e Gheddafi i corso da mesi si erano arenate proprio sui dossier relativi al rispetto dei diritti umani in quel paese. Eppure l’Italia continua a vantarsi dei suoi accordi con la Libia senza preoccuparsi delle persone, in gran parte potenziali richiedenti asilo, che non riescono più a fuggire da quel paese.

Dai “considerando” della risoluzione del Parlamento Europeo del 17 giugno scorso emergono interessanti dati che i governi europei e quello italiano nascondono all’opinione pubblica.

“considérant que l’UE a tenu un dialogue informel et une série de consultations avec la Libye en vue de signer un accord-cadre, notamment sur les questions de migration; que les négociations en cours entre les deux parties ont connu au moins sept cycles jusqu’à ce jour, sans amener de progrès substantiels ou d’engagements clairs de la Libye en faveur du respect des conventions internationales sur les droits de l’homme,

“considérant que les principaux obstacles aux relations entre l’UE et la Libye sont le manque de progrès dans le dialogue sur les droits de l’homme, les libertés fondamentales et la démocratie, en particulier la non-ratification de la convention de Genève, ainsi que la politique extérieure agressive du régime libyen, y compris à l’égard des États européens; que la Libye ne dispose pas d’un régime d’asile couvrant le tri et l’enregistrement des réfugiés, l’octroi du statut d’asile, les visites aux installations de rétention et la fourniture d’une aide médicale et humanitaire, tâches qui ont été assurées par le HCR”.

Pochi giorni dopo la chiusura della piccola delegazione dell’ACNUR a Tripoli, che comunque era riuscita a censire almeno una parte dei richiedenti asilo, attività dichiarata poi illegale da Gheddafi, nella stessa risoluzione il Parlamento Europeo chiedeva agli stati membri “qui déportent des migrants vers la Libye, en coopération avec Frontex (l’Agence européenne pour la gestion de la coopération opérationnelle aux frontières extérieures des États membres de l’Union européenne) de mettre un terme immédiatement à ces opérations lorsqu’il existe un risque grave que la personne concernée soit soumise à la peine de mort, à la torture ou à d’autres peines ou traitements inhumains ou dégradants”. Un appello a cessare le deportazioni ed i respingimenti collettivi che nessun paese europeo e tantomeno l’Italia hanno raccolto Del resto, ormai, sono direttamente le unità militari, donate dal nostro paese alla Libia, con gli equipaggi formati dai nostri istruttori, sotto la supervisione di agenti di collegamento e con una direzione operativa unificata, che vanno a riprendersi i migranti in fuga da quel paese anche quando sono arrivati a poche miglia dalle coste di Lampedusa.

Solo il governo italiano continua a ritenere che dalla Libia non arrivano migranti richiedenti asilo, una circostanza ben nota invece al Parlamento Europeo che nella sua risoluzione, sulla base dei dati forniti dall’ACNUR, richiama proprio gli eritrei come la componente più consistente dei migranti detenuti nei centri libici, “selon le HCR, 9 000 réfugiés – principalement palestiniens, iraquiens, soudanais et somaliens – ont été enregistrés en Libye, dont 3 700 sont demandeurs d’asile, essentiellement en provenance de l’Érythrée; que les réfugiés risquent constamment d’être déportés vers leurs pays d’origine et de transit en violation des critères de la convention de Genève, et d’être ainsi exposés aux persécutions et à la mort; que des cas de mauvais traitements, de torture et de meurtres ont été rapportés dans les centres de rétention pour les réfugiés, ainsi que des abandons de réfugiés dans les déserts situés aux frontières entre la Libye et les autres pays africains”

L’Italia continua così a sostenere le politiche poliziesche di Gheddafi, come testimoniato dall’ennesimo viaggio di Berlusconi a Tripoli, qualche settimana fa, conclusosi con il rilascio di tre pescherecci mazaresi sequestrati dai libici in acque internazionali, ma senza neppure un cenno alla sorte dei migranti rinchiusi nei centri di detenzione ed alla chiusura della sede dell’ACNUR a Tripoli, accusato lo scorso 8 giugno di svolgere attività illegali, una sede che al governo italiano era servita proprio per legittimare la politica dei respingimenti collettive e la collaborazione con le forze di polizia libiche. Del resto è tale la dipendenza che il governo italiano ha prodotto nei confronti della Libia che qualsiasi protesta sulla violazione dei diritti umani avrebbe come immediata ritorsione il blocco dei rifornimenti di gas e petrolio. Se i libici volessero, potrebbero lasciare l’Italia a piedi, e magari fare crollare i titolo azionari dei più importanti gruppi finanziari italiani, questo è il brillante risultato della politica bipartisan nella quale Prodi ed i governi di centro sinistra, a partire dal 2000, hanno fatto da battistrada.

Adesso il Parlamento europeo ha chiesto formalmente alla Commissione di essere informato sullo stato delle trattative tra l’Unione Europea e la Libia, invitando “la Commission et le Conseil à prendre des mesures en vertu de l’article 265 et de l’article 218, paragraphe 10, du traité FUE, qui disposent que le Parlement européen est “immédiatement et pleinement informé à toutes les étapes de la procédure” sur les négociations avec la Libye; renouvelle sa demande d’être pleinement informé du mandat de négociation de la Commission à cet égard”.

Il Parlamento europeo afferma anche che “que toute coopération ou accord entre l’UE et la Libye doit être subordonné à la ratification et à l’application par la Libye de la convention de Genève sur les réfugiés et des autres conventions et protocoles majeurs en matière de droits de l’homme; ed ha incaricato il suo Presidente “de transmettre la présente résolution au Conseil, à la Commission, aux États membres, ainsi qu’à l’Assemblée générale des Nations unies, au Haut Commissariat des Nations unies pour les réfugiés et aux autorités libyennes”,ma le altre istituzioni dell’Unione Europea non hanno mosso neppure un dito per impedire alla Libia di proseguire nelle sue continue e gravissime violazioni dei diritti della persona umana.

L’Italia deve denunciare gli accordi con la libia perchè non garantiscono il rispetto dei diritti umani dei migranti. Non ci attendiamo però dal governo italiano e dai vertici delle forze di polizia alcun  rigurgito di umanità dopo anni di stretta collaborazione con le autorità libiche, dopo che nel 2005 il generale Mori aveva già denunciato i modi brutali con i quali i libici trattano i migranti. Sono troppi i rapporti delle agenzie internazionali come HRW, MSF ed Amnesty che il governo italiano ha irriso giungendo ad attaccare sistematicamente l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e gli avvocati che difendono coloro che, dopo essere stati respinti in Libia, riescono a presentare un ricorso contro l’Italia davanti alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo.

Attendiamo le decisioni in merito della Corte di Strasburgo, ma i fatti, come gli abusi e le violenze di Misurata e di altri centri di detenzione in Libia, costituiscono una pietra tombale sulla dignità delle persone che hanno contribuito direttamente o indirettamente a produrli, ma anche una macchia sull’onore di tutti gli italiani che non si ribellano a queste politiche di morte e di deportazione.

A tutti coloro che ancora hanno a cuore la vita e la libertà dei migranti non rimane altro che moltiplicare gli sforzi per estendere e rafforzare le reti di protezione legale, contribuire in qualsiasi modo alla circolazione delle informazioni censurate dalle agenzie governative, e promuovere iniziative perchè l’opinione pubblica non si abitui del tutto all’idea che, in fondo, è meglio che i migranti, piuttosto di raggiungere l’Italia, muoiano o vengano abusati lontano dai nostri occhi.

Fulvio Vassallo Paleologo

Università di Palermo

Festa di Liberazione 2010

MARINA DI PISA

Piazza Viviani

1-18 LUGLIO

PRC Federazione di Pisa

venerdì 2 luglio, ore 21.30

America Latina: l’alternativa concreta

Giuseppe De Marzo,  portavoce associazione A Sud

Aldo Zanchetta, presidente fondazione Neno Zanchetta

Fabio Amato, responsabile nazionale esteri PRC


- Al Presidente della Giunta Regionale Enrico Rossi

- All’Assessore regionale Salvatore Allocca

- Ai Gruppi Consiliari regionali della maggioranza


Registriamo da tempo una pericolosa deriva che porta danni gravissimi alla vita democratica, alla civiltà giuridica, e non solo giuridica, alla convivenza civile, ai principi costituzionali di questo Paese.

Ci tornano alla mente altri periodi della travagliata storia italiana in cui processi del genere – basati sugli stereotipi, sui pregiudizi, su presupposti “scientifici” che, naturalmente, nulla avevano di scientifico -  sfociarono in atti discriminatori prima, in persecuzioni vere e proprie poi, della popolazione ebraica e di altre minoranze linguistiche, religiose, etniche, in nome appunto della superiorità della “razza ariana”.

C’è da essere profondamente allarmati quando si dà vita a giurisdizioni separate per determinate categorie di persone o si definiscono reati non le azioni compiute da uno o più individui ma la loro condizione (di immigrata/o, di profuga/o, di persona priva di uno specifico documento d’identificazione) o si priva della libertà, rinchiudendolo in carceri chiamate CIE (Centri di Identificazione e di Espulsione), chi non ha un regolare permesso di soggiorno.

Ricordiamo, senza voler fare accostamenti che potrebbero sembrare azzardati, che  nella Germania hitleriana il primo passo verso i forni crematori fu la condanna in tribunale di persone il cui unico reato era quello di essere ebrei (o Rom o omosessuali o testimoni di Geova o comunisti …).

Le misure attuali, si dice, sono adottate per garantire la sicurezza, come se la sicurezza fosse messa in pericolo essenzialmente dalle e dai migranti, considerati potenziali delinquenti, ed, ancor più, come se la sicurezza non fosse un termine più complesso e complessivo, da declinare insieme all’aggettivo sociale, senza che la si riduca ad un problema di ordine pubblico.

Vi sono indubbiamente organizzazioni criminali che speculano sui sogni e sui progetti di quanti cercano nuove possibilità di vita in Europa. Ma la lotta a quelle organizzazioni (per cui, sia detto per inciso, risultano indispensabili proprio quelle intercettazioni telefoniche che la maggioranza governativa vuole ridurre drasticamente)  non può – non deve – trasformarsi in lotta alle vittime di tali speculazioni criminose.

Come, per altri versi – ed anche questo sta accadendo – non può – non deve – traformarsi in lotta ai poveri la lotta alla povertà, sacrificata troppo spesso agli “spiriti naturali” del mercato.

Logica vorrebbe che all’irregolarità delle presenze dei migranti (o, come viene ormai definita normalmente, alla loro “clandestinità”, ma è un termine che non ci piace, perchè sottintende una propensione ad occultarsi e ad agire in modo ostile e pericoloso delle persone straniere irregolari) fosse contrapposta l’apertura di canali possibili di regolarizzazione per chi studia e lavora sul territorio italiano, tutti collegati ad effettivi diritti di cittadinanza.

Si sta procedendo invece su una strada opposta, che rende sempre più difficile il rimanere nella condizione di regolarità anche a chi il permesso di soggiorno ce l’ha già.

Ebbene, in mezzo ad un simile degrado ed alla decrescita progressiva del livello di civiltà di questo Paese, era per noi motivo di fiducia (e speriamo che continui ad essere) il fatto che la nostra  Regione fosse al centro di una prospettiva alternativa, basata sull’accoglienza, sull’integrazione sociale, sull’inclusione, con la sua recente legge sull’immigrazione, non a caso contestata dalla compagine governativa.

Anche alcune frasi del candidato Rossi in campagna elettorale, divenute poi un punto specifico del programma della coalizione di centro-sinistra, relative alla possibilità di collaborare con il Governo nel caso avesse progettato di realizzare un CIE in Toscana, non ci avevano preoccupato più di tanto.

Pensavamo ad un modo originale di interpetrare il no ai CPT – Centri di Permanenza Temporanea – ed ai CIE, già espresso dal precedente Presidente e dalla sua maggioranza ed ora tradotto, con spirito toscano beffardo, da “maledetti toscani” alla Curzio Malaparte, nella formula “collaboreremo se i CIE si trasformeranno miracolosamente in veri e propri centri di accoglienza e quindi, ovviamente, non saranno più CIE”. Che sarebbe come dire, forzando un po’ la mano “noi saremmo anche per i centri di tortura – alla Abu Graib ed alla Guantanamo – purchè vi si facessero soltanto massaggi terapeutici, bagni solari, cure  riabilitative”.

Adesso che il Ministro Maroni ha manifestato la sua volontà di procedere in tempi brevi alla realizzazione di un CIE in Toscana, l’indisponibilità della Regione a collaborare deve essere chiara e netta, essendo più che evidente:

- che permangono seri dubbi sulla costituzionalità di tali centri (e dello stesso reato di “clandestinità”, nel linguaggio del potere, o di “irregolarità”, per dirla alla nostra maniera),

- che le condizioni di non rispetto dei diritti umani in tali luoghi sono la norma (come è dimostrato dai rapporti di Medici senza frontiere, di Amnesty, della Commissione De Mistura, dell’ACNUR, nonchè da diverse inchieste giornalistiche),

- che risulta assurdo stanziare somme non indifferenti per tali strutture in un momento di gravissima crisi economica come l’attuale,

- che, comunque, la collaborazione con un Governo che sta minando alla base le possibilità di azione delle Regioni e degli enti locali, e che sta attaccando quotidianamente la Costituzione, risulta attualmente improponibile.

Sappiamo bene che non fare un CIE in Toscana non risolve la questione, ma vorremmo che rimanesse fermo  il NO a tale struttura da parte del Governo regionale quale segnale di un’altra strada possibile per costruire politiche valide nei confronti dei migranti. Con una Regione, quindi, che rifiuta il Centro prospettato da Maroni, simbolo della politica razzista del Governo, e che comincia ad attuare la buona legge sull’immigrazione che si è data.

Cordialmente.

Sergio Bontempelli

Mariella Orsi

Ilaria Possenti

Enzo Mazzi

Sergio Staino

Alfredo Zuppiroli

Sandro Margara

Moreno Biagioni

Salvatore Tassinari

Lorenzo Guadagnucci

Eugenio Baronti

Maurizio Brotini

Roberto Passini

Giuseppe Faso

Marina Veronesi

Jason Nardi

Giuliano Ciampolini

Mirella Bresci

Stefano Arrighetti – Istituto “Ernesto De Martino”

Paolo Gianardi

Rossana Marini

Luca Ciabatti

Paolo Mencarelli

Chiara Giunti

John Gilbert

Patrizia Meringolo

Luciano Miglietta

Graziella Rumer Mori

Francesco Mori

Danilo Conte

Barbara Anglani

Sandra Teroni

Laura Ronchi Abbozzo

Sara Nocentini

Maria Elena Giusti

Franca Ruolo

Maria Agnese Cardini

Alessandro Bezzi

Luisa Petrucci

Meri Breschi

Annafranca Rinaldelli

Franco Fantozzi

Andrea Salvoni

Roberto Budini Gattai

Andrea Del Testa

Eros Cruccolini

Francesca Moccagatta

Sara Pierallini

Daniele Pieroni

Andrea Bagni

Patrizia Ragazzini

Mira Furlani

Flavio Fenici

Andrea Millotti

Alessandro Bussotti

Aldo Tomassini

Anna Nocentini

Anna Picciolini

Alessio Bellini

Francesco Andreini

Katalin Virag

Raniero Casini

Massimo Seriacopi

Paola Torricini

Massimo Bertolà

Daniela Melotti

Antonella Ninci

Antonio Bertolucci

Velio Abati

Maria Pia Betti

Massimo Guarducci

Delia Dugini

21/6/2010

CI ERAVAMO LASCIATI CON L’IMPEGNO DI RIVEDERCI A DISTANZA DI UN MESE PER
PROSEGUIRE NEL DIALOGO, GIUSTO IL TEMPO PER CHI NON AVEVA LETTO IL LIBRO DI
LEGGERLO

ORA
IL MESE E’ TRASCORSO

CI VEDREMO A LUCCA LIBRI

(Corso Garibaldi 54 – Lucca)

MARTEDI’
29 GIUGNO – ORE 21

Il libro

Giuseppe De Marzo

BUEN VIVIR

- Per una nuova democrazia della Terra

Prefazione di Adolfo Pérez Esquivel / Postfazione di Gianni Minà

L’umanità è immersa in una crisi inedita, le cui cause vanno indagate in
profondità. Cause complesse che mettono in luce l’insostenibilità politica
e sociale di un modello di sviluppo che ha dimostrato la sua inadeguatezza e
che pone domande forti, legate alla sopravvivenza stessa dell’uomo sul
pianeta. Concetti e strumenti come riformismo e rivoluzione non riescono oggi
ad affrontare e a risolvere problemi così complessi e interdipendenti. La
conseguenza è un altro enorme paradosso: vivere un tempo in cui vengono poste
domande forti ma le risposte appaiono estremamente deboli. Domande come:
esiste un’alternativa al modello capitalista? è realizzabile migliorare la
vita di miliardi di persone tenute ai margini? si può coniugare l’economia
con la difesa dell’ambiente? è possibile sperimentare un nuovo patto
sociale e ripensare le forme della rappresentanza? Dall’America latina
all’Asia, all’Africa, a molte comunità e territori del Nord del mondo i
conflitti ambientali e sociali hanno creato le condizioni per la formazione di
un campo nuovo. Una sociologia dell’assenza che a partire dalla democrazia
deliberativa e dalla responsabilizzazione collettiva lavora alla costruzione
di un nuovo paradigma di civiltà, fondato sul buen vivir e su una relazione
armoniosa con la natura. Educazione popolare, autogoverno, orizzontalità,
giustizia sociale, mutualismo, creatività e decolonizzazione del potere sono
gli strumenti e le pratiche che l’ecologismo dei poveri utilizza per
costruire una democrazia della Terra. Il protagonismo dei movimenti indigeni,
dei movimenti impegnati per la difesa dei beni comuni e per i diritti di
cittadinanza mette in luce la rottura del contratto sociale e la necessità di
ridefinirlo a partire dalle nuove condizioni poste dalle crisi.

Giuseppe De Marzo,
economista, attivista e portavoce dell’associazione A Sud.

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A conclusione dell’Esame periodico universale davanti al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, l’Italia ha compiuto la scelta apprezzabile di impegnarsi a rispettare, tra le altre, la raccomandazione di non rinviare le persone in cerca di asilo verso i territori in cui sono a rischio di persecuzione, tra cui la Libia.

In occasione della Giornata mondiale del rifugiato, la Sezione Italiana di Amnesty International vuole sottolineare quanto sia importante che le autorità italiane onorino questo impegno. Agli uomini e alle donne, ai bambini e alle bambine che fuggono da un conflitto armato, da una persecuzione, dalla pena di morte, dalla tortura o da altre gravi violazioni dei diritti umani, va garantito l’accesso reale alla protezione, oltre che l’assistenza e il soccorso in mare.

La vita e la dignità di queste persone potranno essere tutelate soltanto se le autorità italiane non verranno meno, in futuro, ai propri obblighi internazionali e assicureranno che i funzionari e gli agenti statali rispettino tutte le norme nazionali rilevanti per accedere a eque ed efficaci procedure d’asilo.

Hammamberg critica gli accordi con la Libia. “I governi europei ignorano le raccomandazioni dell’Unhcr”

Roma – 17 giugno 2010 – “I pareri dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) non sono presi in considerazione con la dovuta attenzione da parte dei governi e degli enti statali europei. Recentemente, diverse importanti raccomandazioni dell’UNHCR sono state semplicemente ignorate” ha detto ieri il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg, pubblicando oggi un nuovo “Human rights comment”.

Il 9 giugno 2010, i Paesi Bassi, la Norvegia, la Svezia e il Regno Unito hanno partecipato ad un’operazione coordinata dall’Agenzia Frontex dell’Unione europea, che ha consistito nell’espulsione di 56 Iracheni, a cui è stato negato il diritto di asilo e che sono stati rinviati con la forza a Bagdad. L’operazione è stata condotta disattendendo il parere dell’UNHCR, che aveva chiesto di garantire la protezione internazionale ai richiedenti asilo iracheni originari di certe regioni del paese, tra cui la capitale.

Il Commissario si è detto particolarmente preoccupato per la politica di intercettazione in mare e di riaccompagnamento verso il luogo di partenza dei migranti che cercano di raggiungere le coste europee, senza offrire loro alcuna possibilità di presentare una domanda di asilo. “Accordi intergovernativi conclusi con la Libia hanno delegato a questo paese il compito di proteggere i paesi europei, impedendo ai migranti di raggiungere l’Europa attraverso il Mediterraneo, senza tenere conto della situazione di queste persone”.

“Con la decisione di rinviare con la forza delle persone verso paesi dove sono esposte al rischio di subire maltrattamenti, o di essere espulse verso paesi terzi pericolosi per la loro incolumità, gli Stati europei si rendono in realtà colpevoli di violazioni dei diritti umani. La situazione si è ulteriormente aggravata dopo che le autorità libiche hanno ordinato la chiusura dell’Ufficio dell’UNHCR, la scorsa settimana. L’agenzia delle Nazioni Unite non potrà quindi più fornire alcuna protezione alle persone respinte verso la Libia, a meno che le autorità libiche non accettino di rivedere la loro posizione relativa alla presenza dell’UNHCR”.

Hammarberg ha chiesto quindi ai governi di cooperare strettamente con l’UNHCR, sottolineando che  “l’assenza di cooperazione rischierebbe di mettere in pericolo delle vite umane e di indebolire un sistema di protezione internazionale di cui oggi più che mai abbiamo un estremo bisogno”.

Fonte: http://www.stranieriinitalia.it

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